Vittima dei bulli.

Anche oggi ho sentito parlare in radio dell’ennesimo episodio di bullismo. Questa volta però la ‘bulla’ in questione, una bambina americana sospesa dal prendere il pulmino della scuola proprio perché aveva preso di mira un compagno, ha avuto dal papà una punizione esemplare: l’uomo l’ha costretta ad andare a scuola a piedi, camminando per 8 km nonostante il freddo, e ha ripreso e postato su Instagram il video. “So che molti di voi non saranno d’accordo, ma penso di aver fatto la scelta giusta” ha commentato. E ancora: “Il bullismo a casa mia è qualcosa di inaccettabile.”

Fonte: Pixabay

Quando ero in seconda media per un certo periodo tre ragazze della mia classe mi presero di mira: non ero ‘scafata’ come loro, non passavo tutto il pomeriggio ai giardini pubblici vicino casa, e vivevo la mia pre-adolescenza come la maggior parte delle dodicenni della metà degli anni 80: amiche, cartoni, fumetti, danza… Mi piaceva studiare, e non appena si accorsero che a scuola andavo bene, mi dissero che non avrei dovuto rispondere alle interrogazioni ma suggerire a loro le risposte cosicché facessero bella figura. Visto che mi rifiutai cominciarono a chiedermi a mo’ di ‘risarcimento’ dei pacchetti di gomme: se non glieli avessi comperati, mi dissero che il numero di pacchetti di gomme che dovevo dare loro si sarebbe moltiplicato giorno per giorno, come una sorta di piccolo strozzinaggio. Rifiutai ancora, e quindi mi minacciarono di aspettarmi sotto scuola, spogliarmi nuda e ammazzarmi di botte.

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Poi presero a dirmi che avrei dovuto tagliarmi i capelli: li avevo lunghi fino ai fianchi, folti e mossi, di un biondo scuro alle radici che diventava dorato alle punte. Quello che oggi i parrucchieri chiamano degradé, solo che era opera di tre mesi di vacanze al mare. Mi minacciarono che se non li avessi tagliati ci avrebbero pensato loro. In questa sorta di persecuzione si facevano aiutare dai bulletti ripetenti di terza media. Otto o nove contro una sola. Io. Una volta una di loro aveva fatto finta di accarezzarmeli dicendo “Ma che bei capelli hai, proprio belli!” e solo in classe mi ero accorta che li aveva usati per asciugarsi le mani. Mi sentivo sbagliata, ridicola, colpevole, diversa, e più mi davano addosso più diventavo impacciata e insicura anche di compiere i gesti più elementari; mi vergognavo di fronte agli altri e soprattutto di fronte a me stessa di essere ciò che loro definivano una ‘soggetta’, una ‘ridicola’, una ‘secchiona demmerda’ tanto che arrivai a cambiare orario di entrata a scuola in modo tale da non incrociare nessuno: o dieci minuti prima o dieci minuti dopo di loro, per fare il tragitto dal cortile alla classe in tutta tranquillità, evitando che mi stuzzicassero per le scale.

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I professori tendevano a minimizzare: mi dicevano di lasciar perdere, di non rispondere e continuare dritta per la mia strada, di non dare peso alle minacce perché sicuramente erano prive di fondamento e forse io tendevo ad esagerare, magari scherzavano e io non li capivo o non sapevo stare allo scherzo (!). Invece facevano sul serio. Una mattina trovai nel cortile della scuola le tre bulle, due loro amiche di terza media e tre ragazzi di sedici anni, dei quali due erano a scuola con noi e uno aveva interrotto gli studi a metà anno e passava le mattine in giro in vespa per il quartiere diviso tra spinelli e sale giochi. Quel giorno fui fortunata: mia madre, alla quale per vergogna non avevo detto proprio tutto ma che aveva notato che negli ultimi tempi ero molto turbata mi aveva imposto di andare a scuola accompagnata da mia nonna. Quando si accorsero della sua presenza, una di loro disse: “Brutta stronza, si è fatta accompagnare dalla nonna! Andiamocene!” e il gruppo si dileguò in un attimo. Allora, una volta a casa, decisi che dovevo raccontare per filo e per segno come stavano le cose.

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Parlai a cuore aperto coi miei genitori: qualche giorno dopo mia mamma fece chiamare in presidenza la madre di una delle ragazze che mi stavano minacciando ormai da troppo tempo: era una signora laureata, con un lavoro di prestigio e una famiglia apparentemente ineccepibile.

Questa signora dopo aver ascoltato il racconto dettagliato di mia madre, disse chiaramente: “Beh se le cose stanno così è sua figlia che si deve abituare a sopportare.”

E mia madre: “E che cosa deve sopportare, sua figlia che si diverte?”

La preside restò di stucco e per fortuna prese provvedimenti molto seri. Loro smisero di darmi il tormento, ma da quel giorno, per evitare ritorsioni dovetti andare e tornare da scuola sempre accompagnata. La mattina andavo con mia madre o mia nonna, all’uscita mi veniva a prendere mio padre. Non fu facile terminare l’anno con tre quarti della classe che non mi parlava o mi trattava con freddezza. Ma ero riuscita a mettere da parte le mie paure e a ribellarmi. Finalmente anche gli insegnanti avevano capito che non esageravo. La mia fortuna è stata il mio carattere ‘tosto’, che non si è piegato nonostante tutto, e l’aver avuto la forza di parlarne a casa, benché mi avessero minacciato di non farlo. E ogni volta che sento storie simili alla mia, mi sale una rabbia che avrei voglia di andare a difendere personalmente tutte le vittime dei bulli. Ovviamente non lo posso fare, ma esortare le vittime dei bulli a parlarne sì. E lo farò sempre. Non abbiate paura, i bulli agiscono in gruppo proprio perché da soli non valgono niente, anzi molto spesso sono dei gran vigliacchi. E oggi avete tantissime associazioni dalla vostra parte. Non buttate via la vostra vita, se a scuola non vi danno retta andate alla polizia, ma non lasciate che prendano il sopravvento su di voi. Non arrendetevi. Il coraggio è la vostra arma più potente.

A presto.

La Bionda

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